Si fermò davanti a me e sorrise.
“Ciao.”
Mi guardai alle spalle perché, onestamente, pensavo si stesse rivolgendo a qualcun altro.
Se ne accorse e rise piano. “No, decisamente a te.”
“Che coraggio,” dissi.
Inclinò la testa. “Ti stai nascondendo qui?”
Poi mi tese la mano.
“Si può chiamare nascondersi se tutti possono vedermi?”
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Ma la sua espressione cambiò. Si addolcì.
“Hai ragione,” disse. Poi mi tese la mano. “Vuoi ballare?”
Lo fissai. “Marcus, non posso.”
Annuì una volta.
“Va bene,” disse. “Allora troveremo un modo per ballare.”
Risi mio malgrado.
Prima che potessi protestare, mi guidò verso la pista da ballo.
Mi irrigidii. “La gente mi guarda.”
“Guardavano già me.”
“Non aiuta.”
“A me aiuta,” disse. “Mi fa sentire meno sgarbato.”
Risi mio malgrado.
Quando la canzone finì, mi riaccompagnò al tavolo.
Mi prese le mani. Si muoveva con me, invece che attorno a me. Fece girare la sedia una volta, poi un’altra: più lentamente la prima volta, e più velocemente la seconda, quando vide che non avevo paura. Sorrideva come se stessimo facendo qualcosa di proibito.”Per la cronaca,” dissi, “è una follia.”
“Per la cronaca, stai sorridendo.”
Quando la canzone finì, mi riaccompagnò al tavolo.
Gli chiesi: “Perché l’hai fatto?”
Avevo trascorso due anni tra interventi chirurgici e riabilitazione.
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